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CARTINA
CONSIGLIATA: ASF 1:25.000, FOGLIO 03 |
| Punto di partenza |
Upega
(1297 m) , raggiungibile dall'uscita di Ceva della A6
Torino-Savona risalendo la lunga Valle Tanaro. Superati i
paesi di Nucetto, Bagnasco, Priola, Garessio
ed Ormea, si entra nell'alta valle, più alpestre e selvaggia:
oltre Ponte di Nava, si trascura la diramazione per il Colle di
Nava e si prosegue nella valle principale fino a Viozene
(1245 m): proseguendo lungo l'ardita rotabile, si lascia a destra il bivio
per Carnino e, risalendo l'impervia Gola delle Fascette, si
giunge a Upega (62 km circa da Ceva, parcheggio prima del
ponte sul Torrente Negrone). |
| Descrizione |
Dal parcheggio
all’inizio del paese seguiamo dapprima il nuovo sentiero per la Gola
delle Fascette: al bivio all’inizio
della gola svoltiamo a destra (palina) e ci addentriamo in un
vallonetto boscoso che sale all’ampia insellatura della Colla Bassa:
il vallonetto è esposto a nord, per cui conserva la neve anche in
condizioni di scarso innevamento. In questo tratto, purtroppo, il cammino
è grandemente infastidito dai moltissimi alberi che si sono abbattuti
rovinosamente sulla mulattiera, rendendo scomodo e disagevole il transito
… Direi ancora un retaggio dell'inverno 2009! Per il fitto bosco raggiungiamo
comunque la Colla Bassa (1552 m, h 1,15),
finalmente al sole, e qui il paesaggio cambia radicalmente: all’orizzonte
biancheggia la cresta
Bertrand – Missun – Saccarello, ma qui, sul versante
marittimo, la neve lascia spesso il posto agli immensi boschi del Tanarello,
che brillano dei mille colori autunnali. All’orizzonte, oltre il blu del
mare, compare nitido il profilo della Corsica. Ci dirigiamo verso
sinistra (est), tagliando alla base le pendici della Cima di Cantalupo:
non ci fidiamo di salire alla cima per
il ripidissimo pendio SO in quanto il terreno si rivela troppo
insidioso, con un sottile strato di neve marcia che ricopre zolle erbose e
rocce rotte. Proseguiamo quindi per un ben marcato sentierino (segni
rossi) che taglia pianeggiante le pendici della cresta, alto sul
fondovalle Tanarello: tagliati alcuni valloncelli, il sentiero
giunge in vista di un più marcato impluvio, in cui scorre un rio. Qui si
incontrano anche un paio di rudimentali abbeveratoi: sembrerebbe questo il
punto in cui Andrea Parodi (in "Laghi, cascate e altre meraviglie")
consiglia di abbandonare il sentiero e di risalire i pendii direttamente,
raggiungendo la cresta. Noi però proseguiamo lungo il sentiero: questo
dovrebbe salire ad un ricovero e raggiungere poi la selletta di quota 1771
m a ovest delle Cime delle Armasse. Peccato che dopo un po’ il
sentiero si perda (o meglio, noi lo perdiamo!), e non ci sia più verso di
ritrovarlo! Alla fine decidiamo di risalire direttamente i ripidi pendii
in direzione della cresta sommitale: cosa tutt’altro che facile, perché
spesso la vegetazione si fa quasi impenetrabile, fra cespugli e fitti
roveti! Più in alto, ormai sulla neve, avvistiamo a destra, oltre una
valletta boscosa, il famoso ricovero: ormai non vale più la pena cercare
di raggiungerlo, così proseguiamo direttamente verso l’alto. Al
limitare del bosco incontriamo una marcata traccia, ben visibile anche
sotto la neve, che taglia in leggera salita verso sinistra (ovest): la
seguiamo per un po’, fino poco sotto un’ampia insellatura di cresta,
da dove si
origina una crestina rocciosa che sale fino ad una evidente cima
sormontata da un palo. Sui ripidi pendii innevati della cresta
sommitale giocano a rincorrersi 6 camosci. Abbandoniamo a questo punto la
traccia e raggiungiamo in breve la sella, da dove si apre la vista su Mongioie,
Bric di Conoia e la conca di Viozene. Attacchiamo la
crestina, normalmente facile ma ora insidiosa, essendo su terreno misto:
con un po’ di attenzione la
risaliamo interamente, fino a ritrovarci sulla sommità della Cima
di Piano Cavallo (1896 m, h 1,45
dalla Colla Bassa). Questa è molto sottile, e presenta poco più a
ovest, dopo una appena accennata insellatura, una seconda cima di quasi
pari altezza. Scendiamo
dall’altra parte per un ripido pendio di neve e roccette che ci
impegna il giusto e, trascurando l’altra cima, scendiamo nuovamente
verso il bosco per cercare di ritrovare la traccia precedentemente
abbandonata: niente da fare, della traccia non c’è più TRACCIA!
Proseguiamo allora a mezza costa, al limite degli alberi … Doppiamo un
costone, da dove appare un nuovo vallonetto sormontato da un cimotto.
Attraversiamo la testata del vallonetto (dove ri-incontriamo i nostri
amici camosci, la nostra unica compagnia di giornata!) e ci portiamo sull’insellatura
alla base del cimotto. Risaliamo (ormai con un po’ di fatica) il
ripidissimo ma breve pendio finale e superiamo le ultime scure roccette
che ci portano in cima. Cima che è molto esigua ed esposta, e dalla quale
il crinale prosegue con una ripida crestina rocciosa che scende in
direzione di un più ampio dossone che credo di identificare con la Cima
di Cantalupo. In questo caso, questa cima potrebbe essere la quota
1906, e lungo questa crestina dovrebbe trovarsi la "profonda
fenditura nel calcare" da discendere citata sia da J.C. Campana che
da A. Parodi nelle loro guide … Viste le condizioni, però (qui c’è
più di mezzo metro di neve, farinosa ed inconsistente) e l’ora ormai
avanzata, non ce la sentiamo di affrontare l’impegnativa discesa, per
cui scegliamo di calarci direttamente per i ripidissimi pendii meridionali
della cima. Dapprima per neve e modesti salti rocciosi, poi per erti
pendii ricoperti di scivolosa erba, perdiamo parecchia quota, fino a
ritrovarci in un vallonetto che ci riporta ad incrociare il sentiero
pianeggiante dell’andata, oramai piuttosto prossimi alla Colla Bassa (h
1,15 dalla cima). Di qui, per il percorso già fatto,
nuovamente a Upega (h 0,50
dalla Colla Bassa). |
| Tempo totale |
h
5,00- 5,30 circa |
| Difficoltà |
EE |
| Dislivello |
700
m circa (più vari saliscendi) |
| Ultimo sopralluogo |
dicembre
2009 |
| Commenti |
Periodo consigliato: dall'autunno
alla fine della primavera
La gita è molto carina, varia e
panoramica. I luoghi sono molto selvaggi, ed è molto difficile incontrare
altre persone. Resta il dubbio su quali siano le cime effettivamente
raggiunte: ma forse, una volta tanto, tutto questo non è poi così
importante … |
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